10) Rousseau. La religione e lo Stato.

In questa lettura Rousseau affronta il tema della religione in una
prospettiva essenzialmente politica. Egli distingue fra una
religione naturale, propria di tutti gli uomini, ed una religione
civile, propria di ciascuna nazione, che serve a tenere uniti i
membri di una societ. Ve n' anche una terza, che si pone a met
fra le due precedenti, come il cattolicesimo romano, giudicato
negativamente. Importante l'ultima parte in cui sono elencati i
dogmi della religione civile.
J.-J. Rousseau, Il contratto sociale, quarto, 8  (pagine 299-301).

La religione considerata in rapporto alla societ, che  generale
o particolare, pu anch'essa distinguersi in due tipi: la
religione dell'uomo e quella del cittadino. La prima, senza
templi, senza altari, senza riti, limitata al culto puramente
interiore del Dio supremo e ai doveri eterni della morale,  la
pura e semplice religione del Vangelo, il vero teismo e ci che si
pu chiamare il diritto divino naturale. L'altra, propria di un
solo paese, gli fornisce i suoi di, i suoi patroni particolari e
tutelari; ha i suoi dogmi, i suoi riti, il suo culto esterno
prescritto da leggi; al di fuori della sola nazione che la segue,
tutto per essa  infedele, straniero, barbaro; essa estende i
doveri e i diritti dell'uomo solo fin dove giungono i suoi altari.
Tali furono tutte le religioni dei primi popoli, alle quali si pu
dare il nome di diritto divino civile o positivo.
Vi  una terza specie di religione, pi bizzarra, che, dando agli
uomini due legislazioni, due capi, due patrie, li sottopone a
doveri contraddittori e impedisce loro di poter essere insieme dei
fedeli e dei cittadini. Tale  la religione dei Lama, o quella dei
Giapponesi, tale  il cristianesimo romano. Essa pu venir
chiamata la religione del prete e da essa risulta una sorta di
diritto misto e asociale cui non si pu dare alcun nome.
Se consideriamo queste tre religioni da un punto di vista
politico, esse hanno tutte i loro difetti. La terza  cos
evidentemente cattiva che sarebbe una perdita di tempo divertirsi
a dimostrarlo. Tutto ci che rompe l'unit sociale  nocivo, tutte
le istituzioni che pongono l'uomo in contraddizione con se stesso
sono nocive.
La seconda  buona in quanto essa riunisce il culto divino e
l'amore delle leggi, e perch, facendo della patria l'oggetto
dell'adorazione dei cittadini, insegna loro che servire lo Stato
significa servirne il dio tutelare. E' una specie di teocrazia, in
cui non si deve avere altro pontefice che il principe, n altri
sacerdoti che non siano i magistrati. Allora, morire per il
proprio paese vuol dire andare al martirio, violarne le leggi
significa essere empio, e sottoporre un colpevole alla pubblica
esecrazione  votarlo al corruccio degli dei. Sacer estod.
Ma questa religione  cattiva in quanto, essendo fondata
sull'errore e sulla menzogna, essa inganna gli uomini, li rende
creduli, superstiziosi e affoga il vero culto della divinit in un
vano cerimoniale. E' cattiva inoltre quando, divenuta esclusiva e
tirannica, rende un popolo sanguinario e intollerante s che esso
respiri soltanto delitti e massacri e creda di compiere un'azione
santa uccidendo chiunque non ammetta i suoi di. Ci pone un tale
popolo in uno stato naturale di guerra con tutti gli altri, stato
assai nocivo alla sua stessa sicurezza.
Rimane dunque la religione dell'uomo o il cristianesimo, non gi
quello di oggi, ma quello del Vangelo che  del tutto diverso. In
virt di questa religione santa, sublime, veritiera, gli uomini,
figli dello stesso Dio, si riconoscono tutti per fratelli, e la
societ non si dissolve nemmeno con la morte.
Ma questa religione, non avendo nessuna relazione con il corpo
politico, lascia alle leggi soltanto la forza che esse traggono da
se stesse senza aggiungergliene nessun'altra, e pertanto uno dei
grandi vincoli della societ particolare rimane senza effetto. Ma,
cosa ancor pi grave, essa, lungi dall'affezionare i cuori dei
cittadini allo Stato, ne li distacca come da tutte le cose della
terra. Ora, non conosco nulla di pi contrario allo spirito
sociale.
Si dice che un popolo di veri cristiani formerebbe la pi perfetta
societ che si possa immaginare. Al realizzarsi di una siffatta
supposizione non vedo che una sola grande difficolt: cio che una
societ di veri cristiani non sarebbe pi una societ di uomini.
Giungo persino a dire che questa ipotetica societ non sarebbe,
con tutta la sua perfezione, n la pi forte n la pi stabile; a
forza di esser perfetta essa mancherebbe di unione e il suo vizio
distruttore starebbe nella sua stessa perfezione.
Ciascuno adempirebbe il suo dovere, il popolo sarebbe sottomesso
alle leggi, i capi sarebbero giusti e moderati, i magistrati
integri, incorruttibili, i soldati disprezzerebbero la morte, non
vi sarebbe n vanit n lusso; tutto ci  bellissimo, ma
guardiamo un po' pi in l.
Il cristianesimo  una religione tutta spirituale, occupata
unicamente delle cose del cielo: la patria del cristiano non  di
questo mondo. Egli fa il suo dovere,  vero, ma lo fa con una
profonda indifferenza per quanto riguarda l'esito buono o cattivo
dei suoi sforzi. Purch egli non abbia nulla da rimproverarsi,
poco gli importa che tutto vada bene o male quaggi. Se lo Stato 
prospero, egli osa appena godere della felicit pubblica, temendo
di inorgoglirsi per la gloria del suo paese; se lo Stato decade,
benedice la mano di Dio che si appesantisce sul suo suolo.
Perch la societ potesse essere tranquilla e in essa potesse
regnare l'armonia, bisognerebbe che tutti i cittadini senza
eccezione fossero ugualmente buoni cristiani. Ma se
disgraziatamente vi  un solo ambizioso, un solo ipocrita, un
Catilina, per esempio, un Cromwell, costui certamente avr buon
gioco sui suoi pii compatrioti_.
Sopravviene qualche guerra con lo straniero? I cittadini marciano
senza difficolt al combattimento, nessuno di loro pensa a
fuggire; fanno il loro dovere, ma senza appassionarsi per la
vittoria; sanno piuttosto morire che vincere. Che importa loro di
essere vincitori o vinti? La provvidenza non sa forse assai meglio
di loro ci che loro conviene? E' facile immaginare quale partito
sapr trarre dal loro stoicismo, un nemico fiero, impetuoso,
appassionato. Ponete di fronte ad essi uno di quei popoli generosi
che erano divorati da un ardente amore per la gloria e per la
patria, immaginate la vostra repubblica cristiana posta di fronte
a Sparta o a Roma: i pii cristiani saranno battuti, schiacciati,
distrutti prima ancora di aver avuto il tempo di guardarsi
intorno, oppure dovranno la loro salvezza unicamente al disprezzo
che il loro nemico concepir per loro. Era un bel giuramento,
secondo me, quello fatto dai soldati di Fabio: essi non giurarono
di morire o di vincere, bens di ritornare vincitori; e mantennero
il giuramento. Giammai dei cristiani ne avrebbero fatto uno
simile, ch avrebbero creduto di tentare Dio.
Ma io sbaglio parlando di una repubblica cristiana, ch ognuna
delle due parole esclude l'altra. Il cristianesimo non predica che
servit e sottomissione, il suo spirito  troppo favorevole alla
tirannia perch questa non ne approfitti sempre. I veri cristiani
sono fatti per essere schiavi; lo sanno e non se ne preoccupano
affatto: questa breve vita ai loro occhi ha troppo poco valore_.
Ma lasciando da parte le considerazioni politiche, torniamo al
diritto e fissiamo i princpi su questo importante punto. Il
diritto che il patto sociale d al sovrano sui sudditi non
oltrepassa, come ho detto, i limiti dell'utilit pubblica. I
sudditi non devono dunque render conto al sovrano delle loro
opinioni se non in quanto queste opinioni importano alla comunit.
Ora, allo Stato importa certamente che ogni cittadino abbia una
religione che gli faccia amare i suoi doveri; ma i dogmi di questa
religione non interessano n lo Stato n i suoi membri se non in
quanto tali dogmi si riferiscono alla morale e ai doveri che il
credente  tenuto ad assolvere nei riguardi degli altri. Ognuno
pu avere quanto al resto le opinioni che pi gli piacciono, senza
che il sovrano debba pronunziarsi su di esse: infatti, poich egli
non ha competenza per quanto riguarda l'altro mondo, la sorte dei
suoi sudditi nella vita futura, qualunque essa sia, non lo
riguarda, purch essi siano buoni cittadini in questa.
Vi  dunque una professione di fede puramente civile, della quale
spetta al sovrano fissare gli articoli, non gi precisamente come
dogmi religiosi, bens come sentimenti di socialit, senza dei
quali  impossibile essere buon cittadino o suddito fedele. Senza
poter obbligare nessuno a credere in essi, il sovrano pu bandire
dallo Stato chiunque non vi creda; pu bandirlo non come empio, ma
come asociale, come incapace di amare sinceramente le leggi, la
giustizia, e di sacrificare all'occorrenza la propria vita al
proprio dovere. Se qualcuno, dopo avere pubblicamente riconosciuto
questi stessi dogmi, si comporta come se non vi credesse, costui
deve esser punito con la morte: egli ha infatti commesso il pi
grave dei delitti, poich ha mentito dinanzi alle leggi.
I dogmi della religione civile devono essere semplici, poco
numerosi, enunciati con precisione senza spiegazioni n commenti.
L'esistenza della divinit potente, intelligente, benefica,
previdente e provvidente, la vita futura, la felicit dei giusti,
il castigo dei malvagi, la santit del contratto sociale e delle
leggi, tali sono i dogmi positivi. In quanto ai dogmi negativi, li
limito ad uno solo: l'intolleranza, la quale  propria dei culti
che abbiamo esclusi.
Coloro che distinguono l'intolleranza civile dall'intolleranza
teologica si sbagliano, a mio avviso. Questi due tipi di
intolleranza sono inseparabili. E' impossibile vivere in pace con
persone che si credono dannate; amarle significherebbe odiare Dio
che le punisce; per cui  assolutamente necessario convertirle e
tormentarle. Ovunque  ammessa l'intolleranza teologica, 
impossibile che essa non abbia qualche effetto civile; e non
appena ne ha, il sovrano non  pi tale, nemmeno in rapporto alle
cose temporali: da quel momento i sacerdoti sono i veri padroni e
i re si riducono ad essere i loro ministri.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
quindicesimo, pagine 918-921.
